Tracce mnestiche

Vi sono delle cose, delle frasi, delle situazioni, apparentemente senza significato, che si ancorano nella memoria e che non mancano in qualche maniera di cambiare la nostra visione del mondo e di conseguenza influire sui nostri comportamenti e sulle nostre azioni.

Tra gli incontri che hanno lasciato tracce nella mia memoria cosciente vi sono delle persone particolari e ciò che queste persone ebbero a dirmi, ma anche altri fatti singolari come la mia “caduta in nuca”, lo strano incontro con Pipi Tiraca e altre storie che mi sembrano ora sin troppo vere.

Ecco una delle frasi:

Qualcosa dev’essere cambiato nel mio incedere. Le formiche, specie quelle più piccole l’hanno sicuramente notato… sembravano meravigliate, attonite direi…”.

Questa un’altra:

Da ragazzo ero bravissimo ad imitare l’abbaiare dei cani. Spesso mi divertivo a spaventare gli amici avvicinandomi a loro non visto e facendo il verso di un cane arrabbiato. So farlo ancora ma, a te posso dirlo, sono sgomento, non imito più i cani… io abbaio!”

Non ne conosco la ragione ma queste due espressioni e altre storie che riferirò mi ritornano spesso in mente senza un’apparente ragione o una particolare situazione analogica.

Incrociavo spesso la donna delle formichine nelle vicinanze del Ghetto: un cenno di saluto, un sorriso, qualche parola. Qualche volta. Il suo nome? Un nome da uomo: Andrea, Carlo o… no, proprio non ricordo. Era alta, occhi chiari, grigi forse, incantati; questo sì. Camminava a piedi nudi, portava lunghe gonne fruscianti alla maniera delle gitane, capelli lunghi, biondi, magra e flessuosa con movenze che ricordavano le donne orientali quando reggono sul capo pesanti brocche d’acqua. Quando insistetti, dopo la sua strana frase, per sapere di più sulla questione delle formichine, ella sorrise, cambiò abilmente discorso e se ne andò. Non ebbi più occasione di vederla ma in qualche modo lei e quella frase sono ancora dentro di me.

Mario, il ragazzo che abbaia, trasandato e taciturno restava lungo tempo ritto ai piedi della torre dell’orologio in piazza S. Marco. Immobile e silenzioso circondato dal fluire incessante di una folla rumorosa.

Il personaggio mi incuriosiva e decisi di avvicinarlo. Gli rivolsi la parola e ne sembrò contento. Disse di essere un attore, un attore di teatro venuto da Roma, dove viveva, a Venezia per riprendersi da un esaurimento nervoso. Concluse dicendo di essere rimasto intrappolato e straniato dalla magia della città d’acqua e di non riuscire più a lasciarla”.

Mi impressionò facendomi sentire il suo abbaiare.

Lo incontravo spesso perché in quel periodo mi recavo dal mio sarto. Non perché avessi bisogno di abiti, ma perché lui, il sarto, un vero artista, si era perdutamente innamorato di me. Io non sono omosessuale ma lui, il sarto artista, aveva minacciato di uccidersi se non andavo a trovarlo. Devo dire che con me si è sempre comportato più che correttamente. Qualche sospiro forse. Gli bastava, così diceva, prendermi le misure. Mi confezionava abiti per i quali mi chiedeva cifre irrisorie. Conservo ancora alcuni di quei capolavori, altri li vendetti, lo confesso, ad alcuni amici guadagnandoci un pò. Credo che qualcuno di loro pensasse fossimo amanti. Mi dicono che il sarto artista abbia cessato l’attività, si sia ritirato in un monastero e che vesta ora il saio francescano.

Spiego ora come incontrai l’artista sarto di cui naturalmente non farò il nome. Mi recai da lui la prima volta per farmi confezionare un abito in fresco-lana. Prese le misure e mi dette appuntamento per la settimana seguente. Mi salutò e, essendo io l’ultimo cliente, mi lasciò (mi dimenticò) nel camerino di prova. Mentre mi infilavo la giacca per rivestirmi mi guardai allo specchio, uno dei quelli specchi a più ante in uso negli atelier che consentono, angolati convenientemente, di vedere la propria parte posteriore. Così come nessuno ha mai camminato più veloce della punta delle proprie scarpe, nessuno si è mai visto da dietro. Avvenne un fatto straordinario: “caddi in nuca”. Rimasi cioè affascinato e incapace di staccare gli occhi da quella parte del mio corpo, la nuca, che per la prima volta ero in grado di vedere. Caddi in una sorta di stupore estatico. Persi il senso del tempo e obliai me stesso.

L’artista mi disincantò il mattino del giorno seguente. Mi aveva lasciato convinto che fossi uscito dall’atelier prima di lui. Ero invece rimasto intrappolato dalla magia degli specchi (come ebbi ad informarmi va sotto lo strano nome stato da stupore enantomorfo, sic.). Fu per questa mia speciale sensibilità, credo, che l’artista s’innamorò di me.

Vorrei dirvi di Pipi Tiraca ma questa è un’altra storia…

Una storia non banale che, se vorrete, vi racconterò.

2 pensieri su “Tracce mnestiche

  1. hooooo….stupore e meraviglia🙂
    grazie.
    Ancora ancora racconta
    accanto al fuoco in inverni piovosi o con le gibigiane negli occhi in estati assolate
    Paola

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