Pipi Tiraca 5/5_ Silvano Kociss

Una sera al Bar da Ampelio, dopo una serie di spritz e qualche assenzio, mi addormentai profondamente con la testa sul tavolo.

Hei, Tusitala…sveglia!”

Alzai lo sguardo. Kociss, bello e imponente. Sembrava il Tarzan di Hogarth!

Mi han detto che hai di nuovo cambiato nome…

Tusitala… che cazzo vuol dire?”

Ciao Silvano.Tusitala? Tusitala era il soprannome di Stevenson lo scrittore scozzese… ma…se non ti dispiace te lo spiegherò un’altra volta. C’è qualcosa di molto più importante di cui vorrei parlarti. Come stai? So che eri dentro. Hai visto la Carmen?”

Si, si, Franco. Proprio di questo volevo parlarti. Carmen mi ha dato dei soldi per fare un certo lavoro. Eccoli: sono qua” Disse il Kociss appoggiando sul tavolo il sacchetto sempre più unto e sempre più accartocciato.

La sbornia mi era improvvisamente passata. Risentii la storia di Pipi. Una storia che si andava reiterando ma di cui percepivo finalmente la conclusione. La sola differenza era il compenso che mi veniva offerto: cinquecentomila lire subito e cinquecento a lavoro ultimato. Si, amici, tanto poco valeva ormai la vita di Pipi Tiraca.

Il fatto è che non me la sento di uccidere qualcuno che non conosco” Continuò Silvano kociss. Lo guardavo a bocca aperta incredulo e congelato.

Potrei forse togliere dalle spese un fetente” continuò il Kociss.” uno squaquaraquà, ma non qualcuno che niente mi ha fatto e che magari è un marco a posto. Ecco…quel lavoro potresti farlo tu, non sei un malandra ma sei strano abbastanza per decidere di farlo.

Continuai a guardarlo senza riuscire a parlare.

Oi! Franco. Parla. Ti ga ciapà un nailon?”

Mi alzai in piedi e lo abbracciai. Lo ringraziai. Presi il sacchetto dal tavolo, sempre più unto, sempre più accartocciato e sempre meno pieno. Volai verso Seccomarina dove speravo trovare il povero Pipi.

Bussai convulsamente alla porta del pianoterra: nessuna risposta. Provai ancora e ancora. Lo chiamai, prima sommessamente poi sempre più forte sino a gridare a squarciagola, la voce rotta dalla disperazione.

Me lo immaginavo rannicchiato in un angolo, terrorizzato e tremante. Alcune finestre si illuminarono e qualcuno dal piano superiore mi invitò, maledendomi i morti, a sparire.

La porta accanto si aprì e una vecchina parlando sottovoce attraverso l’uscio socchiuso mi disse:

Senti giovane. Da un po’ di tempo non vediamo Pipi, siamo preoccupati: Pipi è un bravo fio”. Chiuse frettolosamente la porta ed io, preso dallo sconforto, decisi di andarmene.

Non avevo fatto che qualche passo che un sibilo mi congelò. Mi girai trepidando e attraverso la porta appena socchiusa intravvidi il Pipi che, imbacuccato, una coperta sulle testa: Mi invitò ad entrare. Appena dentro il minuscolo locale lo abbracciai, raccontai in breve i vari passaggi e gli comunicai con gioia il cessato pericolo. Gli porsi il sacchetto sempre più accartocciato e sempre più unto con quel poco che restava del gruzzolo iniziale.

Non li voleva e insistette perché li tenessi. Disse che me li ero guadagnati. Dopo qualche resistenza decisi di accettarli, non perché pensassi di meritarli, ma perché convinto che così facendo avrei reso felice il buon Pipi.

Vediamoci a mezzogiorno al solito posto “ Mi disse.

Ti presenterò Milena, lavora lì, in piazza San Marco. Vende grano per i colombi.”

Mentre mi infilavo nella notte, stanco e felice, Pipi mi richiamò, il volto illuminato da un largo sorriso:

Franco, amico mio, ti servono per caso, un paio di tirache…molto usate?”

Ridemmo e zompammo felici. Come bambini. Si, proprio come bambini.

Alcune finestre ritornarono ad illuminarsi e qualcuno ribadì la sua opinione sui nostri defunti. 

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