Il maestro danzatore

La storia è raccontata nel libro Halepa il libro di prossima pubblicazione e narra di un neonato che….

Nato da poche ore, Sheva, fu trovato al finire della primavera sulla soglia di un’umile capanna di Dhari, un piccolo villaggio non lontano da Hardwar (1). Gli anziani genitori, grati a Shiva per quel prezioso dono, crebbero il pargolo con amorevole cura. Ancora bambino Sheva fu affidato ad un anziano insegnante di Danza Sacra. Il Bhagavan, era noto per la sua profonda conoscenza e la capacità nell’insegnare il Bharata Natyam, la danza ispirata al Mahabarata(2). Sri Dharma elargiva il suo sapere nel piccolo tempio eretto dai devoti di Dhari in onore di Shiva Nataraja (3). La bravura del maestro aveva oltrepassato i confini del piccolo villaggio che era divenuto famoso per l’eccellenza dei suoi danzatori.

IL TALENTO DEL PREDESTINATO
Il maestro aveva subito intuìto nell’adolescente affidatogli, il talento necessario per apprendere, interpretare e trasmettere l’essenza del Bharata Natyam.
Bhagavan Dharmaji, seduto a gambe incrociate ai limiti dello spiazzo centrale del tempio usava contemplare la grazia animale del giovane discepolo. Le acerbe e selvagge movenze di Sheva lo rapivano. Per loro due e per chi aveva la fortuna di assistere, il tempo si fermava e cessava di fluire. Il Maestro e il discepolo congiunti in una relazione immateriale rappresentavano per gli abitanti del villaggio più che uno spettacolo, un ponte verso la trascendenza e il numero di devoti provenienti da altri villaggi o addirittura da lontane regioni andava sempre più aumentando. Un fluido misterioso e invisibile sembrava guidare i gesti di Sheva. Più l’arte aderiva alla grazia innata del giovane, più la forza vitale sembrava abbandonare il Maestro. La sua energia andava via via affievolendosi e, per condurlo al parco o tempio, i discepoli dovevano ormai portarlo a braccia o utilizzare una rudimentale lettiga.
Gli abitanti di Dhari, preoccupati per la debolezza del del Maestro, divenivano sempre più tristi e, sempre più sovente, lacrime di dolore rigavano i loro volti.

IL TENTATORE
“Figliolo” esordì il Bramino “il modo in cui danzi è sublime. Come puoi pensare di continuare a esibirti in un misero tempio di un ancor più misero villaggio”. Il Bramino notò il velo di compiacimento che per un attimo attraversò il volto di Sheva e capì di aver stimolato l’ambizione e l’orgoglio del giovane talento. “Tu meriti di essere il primo danzatore del più gran tempio della città sacra di Hardwar. Credimi Sheva, quella è la cornice ideale per esaltare la tua arte. Tu meriti di essere accompagnato dai più grandi musicisti dell’India. Tu meriti una folla, una moltitudine di devoti a cui elargire la tua bellezza! Tu…tu…tu… ”

L’EVENTO
Il Maha Kumba Mela (4) prevedeva quell’anno uno straordinario afflusso di pellegrini e si diceva, un gran numero di Sadhu(5) sarebbe sceso dalle montagne per bagnarsi nelle acque del Gange nei pressi di Hardwar. Si diceva anche che molti di loro, avendo sentito parlare del giovane talento, avrebbero voluto assistere alla sua danza nel grande tempio dedicato a Shiva Nataraja. Si affermava che la Divinità Danzante avesse scelto le movenze di Sheva per rappresentare l’alternanza della creazione e della distruzione. Talmente grande era l’attesa che il grande tempio, il più grande tempio di Hardwar riusciva a stento a contenere i molti pellegrini.
Sheva si avvicinò al centro del tempio e il silenzio spense il brusio della folla. Le prime soavi note aleggiarono abbandonando gli strumenti. Il giovane rimase immobile illuminato dai raggi del sole che filtravano dalle finestre della grande cupola. L’orchestra cessò di suonare e un silenzio carico di tensione piombò nel tempio. Dopo un soffuso mormorio degli astanti, gli strumenti ripresero a suonare. Sheva si guardò attorno come un animale spaventato e cominciò a muovere il corpo. Tecnica e abilità guidavano i gesti del danzatore. Ma in Sheva, Sheva uomo, non vi era il vuoto necessario per ospitare lo spirito di Shiva Nataraja.
Il giovane se ne rese conto, così come se ne resero conto le grandi anime presenti. I suoi gesti, tecnicamente irreprensibili, erano gesti umani. Dei meri gesti umani.
La consapevolezza di questo stato sconvolse la mente del danzatore, le sue movenze si fecero sempre più goffe slegandosi dalla musica e creando con questa uno stridente contrasto. Sheva cadde sulle ginocchia si raggomitolò e pianse. Il silenzio ricadde nel tempio e s’udì solo il pianto disperato del giovane.
Ad un tratto, alle spalle di Sheva, un vocio concitato. La folla degli astanti si aprì e attraverso la fenditura, portato a braccia dai discepoli, apparve Dharmaji. Il maestro alzò con fatica una mano e benedisse il suo discepolo.
Sheva si alzò in piedi, s’inchinò al suo Bhagavan congiungendo le mani in Pranam. Si voltò quindi verso l’orchestra e questa riprese a suonare. La danza. Le movenze erano ora le movenze dell’universo e Shiva il Dio Danzatore prese possesso del giovane corpo per manifestarsi. La folla esultò. Risero i Bhudda. Folli, artisti, persone sensibili di questo e altri pianeti furono pervasi, senza una ragione apparente, da un’incontenibile gioia.
La musica si tacque e il flusso creativo rientrò nella vibrazione infinita che tutto permea. Sheva si diresse verso il maestro e prostratosi ai suoi piedi implorò perdono.
Dharmaji non era più. Il suo involucro era privo del soffio vitale. Il volto illuminato da un sorriso dolce ed estasiato.

Ora il piccolo tempio dedicato a Shiva ha un nuovo Maestro di Bharata Natyam e un numero sempre maggiore di pellegrini visita il piccolo villaggio di Dhari vicino a Hardwar per condividere le estasi mistiche del giovane Maestro Danzatore.

(1) Città sacra sulle rive del Gange
(2) Poema sacro indiano
(3) Dio danzatore
(4) Pellegrinaggio rituale di massa
(5) Asceta induista

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