La confraternita degli assassini

Finii di raccontare ad Hugo la storia dei piccoli fantasmi.
“Bea Storia Steve. Ara: gò i pei de oca. Tea riobo! A proposito conosci qualche storia su Rioba” disse, indicandomi la statua del moro Nasodefero.
“Rioba non è il nome del mercante turco e neanche, come qualcuno dice, significa rabarbaro, ma Rioba è da intendersi come roba. Roba, allora come adesso, sta per erba, marjuana o hashish, uno stupefacente quindi; una droga che, sembra, fosse usata dalla confraternita degli Assassini. Nome che deriva da hashish… che… Ma, Ugo, tu queste cose le sai…”
“Certo Steve. Ma me piase come che tie conti. Va vanti!”

“La setta o confraternita degli Assassini viveva sulle falde di una grande montagna. Il grande Veglio o Vecchio della Montagna aveva fatto costruire unendo due montagne un magnifico giardino. In quel luogo incantato viveva la confraternita degli assassini. La setta nacque ad opera del carismatico Hasan ibn al-Sabbah, e, si dice, che nel mondo esistano ancora dei suoi seguaci.
Riprendo alcuni passi (italianizzati) dal Milione, l’opera di Marco Polo, il grande viaggiatore veneziano. “…in quel grande e meraviglioso giardino vi erano tutti i possibili frutti e i più bei palazzi del mondo dipinti con oro e raffiguranti bestie ed uccelli. Vi erano fontane che davano latte, vino e miele. Vi erano fanciulle e fanciulli bellissimi che sapevano cantare, suonare e danzare. Il vecchio faceva credere ai suoi seguaci che quello fosse il paradiso così come era stato descritto da Maometto…I saraceni di quella terra ci credevano veramente. In questo giardino non entrava nessuno se non chi volesse fare l’assassino … Il Veglio accettava alla sua corte solo giovani di almeno 12 anni. Quando voleva mandare uno di quei giovani in missione in qualche luogo fuori dalla montagna faceva somministrare loro dell’oppio o dell’hashish. Li faceva quindi convenire al suo cospetto e chiedeva loro “Onde venite?” ed essi rispondevano: ”Dal paradiso” e dicevano di sentirsi molto tristi per averlo lasciato. Quando il Vecchio vuole far uccidere una persona sceglieva il guerriero più vigoroso e faceva pugnalare chi lo contrastasse. Il giovane assassino lo faceva volentieri perché sapeva che così poteva ritornare al paradiso. Posso dirvi” continua Marco Polo, “che più di un re gli fa tributo per assicurarsi la sua benevolenza”.

Ritorniamo al nostro moro Nasodefero. Egli arrivò a Venezia nel 1112 dalla lontana morea con i suoi due fratelli Sandi e Afani. Si sa che Sior Antonio Rioba, come affettuosamente lo chiamano i Veneziani, era un ricco mercante. Quello che non si sa è che egli rivestiva un alto grado in seno alla confraternita degli assassini. Egli aveva trafugato della rioba (hashish) che avrebbe dovuto consegnare al potente proprietario del vicino Palazzo del Cammello.
Venne scoperto. Per un’azione del genere avrebbe sicuramente pagato con la vita. Ma così non volle il vecchio della montagna che comandò invece che gli fosse mozzato il naso. Una pratica che tra i saraceni veniva considerata un segno di infamia, una punizione di molto peggiore della morte. Un monito incancellabile.
Credenza comune dei veneziani invece è che il naso si fosse spezzato in seguito al crollo dell’edificio sovrastante centrato da una bomba austriaca nel 1917, durante la grande guerra. Non è così. Come ti ho spiegato egli era già privo di naso.
“Ti xe fora Steve…ti xe fora”. Concluse Hugo.

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