Ea cativeria dei sbarbai

Gli adolescenti sanno essere molto crudeli e questo gioco, a cui anch’io partecipai, ne è un esempio penoso.
Ma..quanto ci si divertiva, quanto si rideva!
Erano altri tempi. La televisione non c’era. Neanche in bianco e nero. Dopo una modesta cena che vedeva comunque tutta la famiglia riunita, bastava che il nonno si esibisse in una sua possente scoreggia per suscitare oltre a un affettuoso rimprovero della nonna, un’irrefrenabile risata. Altro che Carosello!

I FRADEI CAPEETI
I fratelli Capeeti venivano chiamati così a causa della loro follia.
Cappelletti era il primario del manicomio di San Servolo e i veneziani per dire che qualcuno non era del tutto a posto con la testa lo apostrofavano così: Hoi! Capeeti!
I nostri due fratelli Capelletti erano o erano stati degli stimati falegnami e avevano casa e laboratorio nella famigerata Calle del Preti. Una traversa di Via Garibaldi. La gente diceva che inalare i fumi rilasciati da resine e da colle con le finestre e le porte ermeticamente chiuse (non volevano essere spiati) potesse aver bruciato qualche loro circuito cerebrale e cambiato il loro modo di ragionare.
Loro si ritenevano artisti e avevano inventato strumenti innovativi come ad esempio la plurivarigola o il metro elastico (lo avevano ricavato da un paio di bretelle) per sentirsi, dicevano, più liberi e creativi. Naturalmente persero tutti clienti ma non per questo smisero di produrre. Entrare nel loro laboratorio era come entrare in un mondo surreale, metafisico. Pochi angoli, molte curve. Gli oggetti sembravano concepiti da Dalì o Majer. Ogni tanto, quando le discussioni tra di loro a proposito delle misure dei manufatti diventavano troppo violente venivano prelevati e portati a San Servolo.
Era il 1940, mas o meno, e Venezia aspettava la venuta degli alleati. Di li a poco la flotta statunitense sarebbe entrata nel Bacino di San Marco.
Naturalmente i veneziani dopo un periodo di stenti e sofferenze attendevano a braccia aperte i “liberatori”. E molte donne veneziane, non necessariamente belle, avevano ripescato ciprie e belletti dalla casea dei peteni.
Tutti aspettavano l’evento colmi di speranze e, naturalmente, anche i fratelli Capeeti.
I sbarbai, più bastardi che mai, stimolavano l’aspettativa dicendo loro che la marina americana avrebbe sicuramente commissionato loro mobili, importanti riparazioni e costosissimi oggetti.
Ogni tanto una banda di monelli andava in Calle dei Preti e urlava “Moveve, Capeeti sono arrivati gli americani correte, correte”. I due fratelli schizzavano fuori del laboratorio e correvano in riva degli Schiavoni con borse colme di attrezzi e cominciavano, per il divertimento dei castellani, a correre avanti e indietro chiedendo trafelati “Dove sono? Ce li siamo persi? Quando arrivano?” La cosa si ripeteva ogni due o tre giorni e sempre, immancabilmente i fratelli Capeeti ci cascavano e lo spettacolo andava regolarmente in scena.

LA CORI CORI
Lei, la Cori Cori si era inventato un fratello, che magari era esistito veramente che, partito molto giovane si era imbarcato nella marina mercantile. Ve la descrivo. Alta quasi due metri, secca e incurvata sempre avvolta in uno scialle nero, liso e consunto.
Il perché del soprannome? Semplice. La Cori Cori correva continuamente. Piccoli veloci passi strascicati. Anche in casa, al pianterreno dove abitava, in Paludo Sant’Iseppo, la Cori Cori continuava a correre.
Ripeteva continuamente a sé stessa “movite, cori, cori. Riva Marieto. Riva Marieto”. Difficilmente restava in casa per più di un’ora. Di punto in bianco si fiondava fuori e volava alla riva degli Schiavoni correndo anche lei avanti e indietro.
Guardava l’entrata del porto e chiedeva alla gente divertita “Quando arriva la nave? Quando arriva?”
La domenica mattina i sbarbai, più bastardi che mai, proponevano uno special. Si dividevano in due bande: una andava in calle dei Preti dai fratelli Capeeti e l’altra a Sant’Iseppo dalla Cori Cori e gridavano: “Xe rivà e navi!” L’abilità consisteva nel farli arrivare assieme. Una sciame di monelli ma anche adulti, si formava, e il fracasso dei crocani sui masegni si faceva assordante.
La Domenica mattina con il bel tempo famiglie di castellani, famiglie intere con il vestito buono si sedevano fuori ai tavoli della gelateria da Sorarù per godersi lo spettacolo.

MARIA OSEO
Non è finita. Devo infatti dirvi di Maria Oseo, una vecchia donna che abitava in uno scantinato in Secco Marina, che si trova più o meno a metà strada tra Calle dei Preti e Sant’Iseppo. Maria Oseo, o Maria Membro come qualche istruito la chiamava, era una mezza matta che da giovane poteva essere anche stata una bella donna ma che ora, a più di ottant’anni, sembrava una ridicola caricatura. La sua professione sino a diciamo trent’anni prima, era stata quella della prostituta.
Ogni tanto Maria Oseo si truccava, si vestiva da sciantosa con scollature esagerate e spacco alla gitana, tacchi vertiginosi e roteando la trusse andava al molo cantando “Viperaaa”. In Riva degli Schiavoni andava su e giù aspettando fantomatici marinai.
I sbarbai, più bastardi che mai, avevano incluso anche lei nel loro scherzo crudele e come dissi all’inizio anch’io e altri amici della banda dei Biri abbiamo partecipato al gioco. Non sempre riusciva ma quando riusciva era una cosa da rotolarsi dalle risate. Certo bisognava calcolare bene i tempi.
Il grido era più o meno lo stesso “Xe rivà i americani!” I fratelli Capeeti con le borse ricolme di attrezzi uscivano urlando dalla loro bottega, la Cori Cori schizzava fuori dal suo antro gridando “Marieto. Marieto!” e Maria Oseo incespicando sui tacchi alti correva fuori dal suo scantinato e intonava” Viperaaaa, nel braccio di coleiii…” Ed eccoli stupendamente eccitati correre su giù chiedendo l’un l’altro e ai Castellani “Li avete visti? Sono arrivati? Arrivano?” Ogni tanto qualche sbarbà gridava “Eccole vara, vara riva e navi” loro, i fratelli Capeeti, la Cori Cori e Maria Oseo correvano gridando scalmanati nella direzione segnalata. Sembravano biglie impazzite in un gigantesco flipper.
Oggi queste cose, fortunatamente, non si fanno più. Oggi ci sono videogames e altri passatempi elettronici che, come ci assicura la Microsoft e simili sono innocui, sicuri ed istruttivi. Almeno così ci dicono.

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2 pensieri su “Ea cativeria dei sbarbai

  1. Questo raccontino (quasi un cioccolatino) è veramente dilettevole. Dà uno spaccato della Venezia anni ’40 veramente vivace e talentuoso.

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