Scurole

Che ne sarebbe del sole, della sua luce e della sua gloria se non avesse degli esseri su cui risplendere?
L’essenza della luce è nel buio. Nel buio profondo.
La luce trae origine dall’essenza di sé stessa…
Questo diceva il prof. Hiroshi Ida ai suoi discepoli.
Il Prof. Teiji Murakami assentì…
Il Professore è cieco, oggi si direbbe non vedente. Oltre che eminente studioso il Prof. Ida era il Reverendo Abate Priore del tempio Zen di Fukuji. Il tempio sovrasta dalla cima del monte Kun Lun le terrazze coltivate a tè che degradano dolcemente verso le coste occidentali.
Non era nato cieco e la storia che mi accingo a raccontare spiega come avvenne questa privazione, sicuramente dolorosa ma che coincise con una grande gioia che premiò una vita dedicata alla ricerca da parte del nostro Professore. Ciò che accadde confermò infatti al mondo scientifico la validità di una sua teoria. Teoria che per anni fu schernita dalla comunità scientifica.
“In sintesi” diceva il professore, “oltre una certa intensità di buio esso si solidifica assumendo una forma fisica, concretizzandosi in ciò che io chiamo una scurola”.
Tra i documenti consultati dal professore ve n’era uno, portato nell’impero del sol levante da un anonimo gesuita, che parlava di una particolare qualità di vino coltivato a Venezia nel sedicesimo secolo e, più precisamente nell’isola di Poveglia.
L’isola di Poveglia si trova nella laguna sud di Venezia proprio di fronte a Malamocco e fu fino agli anni venti ospizio per anziani.
(L’isola è ora abbandonata).
Poveglia raggiunse una considerevole fama verso la metà del ‘600 quando, proprietà dei Morosini Carboni, vi si produceva un vino che all’epoca divenne molto famoso.

LA RICERCA
Negli anni settanta il reverendo Ida soggiornò assieme ad altri studiosi a Venezia per approfondire la sua ricerca sulle qualità e sull’intensità del buio e dare un valore, non solo teorico, alla sua intuizione. La sua inchiesta lo portò a cercare tra dimenticati e rari documenti nella biblioteca Marciana e nell’Archivio di Stato. Gli indizi più preziosi li scovò in ciò che rimane, poco, delle biblioteche dei molti monasteri e conventi che sorsero in Venezia con lo scopo di accogliere pellegrini e cavalieri crociati, che sostavano nella città Serenissima prima di riprendere il loro viaggio verso la Terra Santa.

L’ISOLA DI SAN MICHELE
San Michele e San Cristoforo della Pace erano due minuscole isole che furono unite tra di loro nel 1828 per formare quello che è ancor oggi il bellissimo cimitero di Venezia: San Michele.

Fu proprio nella biblioteca del convento dei Frati Minori Francescani di San Michele che il reverendo Ida trovò un manoscritto dove si faceva menzione di un pozzo esistente nell’isola di Poveglia. Un pozzo profondo, addirittura, così diceva il reperto, molto più di cinquecento braccia venete. Sempre secondo il manoscritto le pareti di questo pozzo sarebbero state rivestite di sei strati di lastre di piombo, grafite e creta. Non si è mai saputo la funzione originaria di questa opera insolita. Mentre più che evidente era la funzione a cui la destinò il proprietario dell’isola, il Principe Morosini Carbon.
L’isola di Poveglia raggiunse la sua massima notorietà più o meno a metà del ‘600 quando, veniva chiamata Vigna Murada. La sua fama era dovuta alla bontà, divenuta addirittura leggendaria, di un certo vino che lì veniva prodotto. Non c’era corte europea che non vantasse di possedere nei loro caveaux delle bottiglie di “vino nero della vigna murada”
Vino, si diceva, nero come el carbon. Lo Zar di tutte le Russie aveva prenotato tutta la produzione degli anni a venire provocando non pochi risentimenti e incidenti diplomatici. Il professor Ida visitò innumerevoli volte Poveglia con lo scopo di trovare l’imboccatura del pozzo descritto nel manoscritto. Lo scopo era quello di trovar conferma della sua intuizione: la notevole profondità e i sei strati di materiali isolante aveva conferito al vino quel sapore, quel profumo e quel gusto che lo aveva reso prezioso. Ciò, secondo il professore, poteva dipendere dall’estrema intensità del buio.
Finalmente, sotto la cappella dei Bombardieri di cui rimangono in piedi parte dei muri periferici e il singolare fregio sopra la porta, venne scoperta l’entrata del pozzo, nascosta da stratificazioni di precedenti edifici. Dopo qualche giorno, procurata l’attrezzatura, il reverendo e i suoi assistenti si calarono nel profondo cunicolo. Naturalmente senza luci. Dopo quasi un intero giorno di pericolosa discesa il gruppo giunse al fondo del pozzo: la base misurava una circonferenza di circa sei metri di diametro. Alle pareti ripiani in legno ancora pieni delle leggendarie bottiglie di vino “nero come el carbon”. Non essendoci nessuna fonte di luce i ricercatori dovettero rendersi conto dell’ambiente tastando i perimetri con estrema cautela. Il reverendo postosi carponi palpò il pavimento al centro del quale scoprì un buco di circa un metro di diametro. Sondato con una cordino risultò essere di tre, quattro metri scavato, pensarono, per ospitare delle bottiglie speciali ma che, al momento, risultava vuoto. Il professore fu calato nel buco sul cui fondo, palpando attentamente, trovò conferma della sua teoria. Il buio si era condensato e tra le sue mani ne recava la prova: una manciata di scurole! Un urlo di gioia eruppe dalla sua gola e gli assistenti calarono un cofanetto dentro al quale il professore pose al sicuro una dozzina di scurole. Era buio che più buio non si può e la sua espressione di gioia non poté essere notata dal gruppo festante di ricercatori.

LUX
Il reverendo esimio professore abate priore capo era rientrato dal suo viaggio in Olanda dove aveva trascorso alcuni mesi presso il laboratorio Diamant Coupers più famoso di Anversa. Vi si era recato per apprendere l’arte di tagliare, senza rovinarlo, un diamante.
Alcuni giorni dopo il suo ritorno al tempio di Fukuji, il Prof. Ida
convocò nella sala della Completa Armonia oltre ai suoi assistenti, i più noti rappresentanti del panorama scientifico giapponese, ivi incluso Teiji Murakami candidato al premio Nobel per la fisica. Uno tra i suoi più ostinati oppositori.
Il Prof. Ida sedeva nella posizione seieza. Davanti a lui un tavolinetto sopra al quale poggiava un ripiano in acciaio al centro del quale emergeva un cubo di quattro centimetri di lato, anche questo in acciaio. Al centro del solido una depressione semisferica di 15 millimetri di diametro. A lato del cubo un martelletto che termina in due punte di diamante.
Sempre sul tavolinetto, oltre l’attrezzatura, il cofanetto contenente le scurole. Vennero abbassate le luci. Piombò un silenzio totale. La tensione tra gli astanti divenne insostenibile. Con movimenti lenti e solenni il Rev. Ida aprì il cofanetto e ne estrasse una scurola la tenne sollevata per qualche secondo per mostrarla agli astanti prima di porla nella cavità sulla superficie del cubo.
Prese quindi il martelletto lo alzò e sferrò un preciso colpo sulla sfera.
La scurola si ridusse in innumerevoli frammenti emanando dal suo nucleo una luce abbacinante, accecante insostenibile. Un urlo di sorpresa e terrore si levò dalla platea degli esperti.
Passarono alcuni giorni prima che gli occhi dei presenti potessero rivedere normalmente Non tutti. Gli occhi del Prof. Ida contemplarono da quel momento il buio profondo.

Che ne sarebbe del sole, della sua luce e della sua gloria se non avesse degli esseri su cui risplendere?
L’essenza della luce è nel buio. Nel buio profondo.
La luce trae origine dall’essenza di sé stessa.
Questo diceva il prof. Hiroshi Ida ai suoi discepoli.
Il Prof. Teiji Murakami assentì.

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